Storia, conservazione e restauro dei materiali d’archivio 2. La pergamena

Distacco di una miniatura

Distacco di una miniatura

(qui di seguito, il testo di un mio articolo scritto insieme alla dottoressa Chiara Senfett, laureata in restauro dei materiali archivistici e librari, pubblicato su: Notiziario CNEC. Mensile del Centro Nazionale Economi di Comunità, n. 1, gennaio 2013, pp. 12-15).

Storia della pergamena

 Secondo la tradizione[1], la pergamena (detta anche cartapecora o membrana), sarebbe stata fabbricata per la prima volta a Pergamo (da cui il nome), in Asia minore, su iniziativa del re Eumene II (195-158 a.C.) in quanto il faraone d’Egitto, Tolomeo Epifanio, aveva bloccato l’esportazione del papiro. Questo dato, però, non risulta essere veritiero in quanto il più antico esempio che possediamo è un rotolo di pergamena egiziano risalente alla XX dinastia (1195-1085 a.C.). Anche Erodoto (V sec. a.C.) testimonia l’utilizzo della pergamena come supporto scrittorio presso i popoli persiani, mentre il più antico frammento latino risale invece al 100 d.C. È  tuttavia certo però, che fu proprio durante il periodo ellenistico che fiorì l’industria della pergamena e Pergamo fu effettivamente uno dei principali centri esportatori.

La pergamena fu usata a lungo accanto al papiro fino a soppiantarlo del tutto intorno al IV secolo d.C. (solo la cancelleria pontificia continuerà a utilizzare il papiro fino alla metà dell’XI secolo[2]).

I vantaggi erano costituiti dalla straordinaria resistenza del materiale e dalla sua opacità che permetteva di utilizzare entrambi i lati del supporto (a differenza del papiro su cui è possibile scrivere solo uno dei lati).

Inizialmente la forma fu quella del rotolo (volumen in latino), formato da diverse strisce di pergamena cucite tra loro. Tuttavia, la scomodità della sua consultazione (a differenza del papiro il rotolo di pergamena tende ad arrotolarsi se non bloccato alle estremità) portò, tra I e II secolo d.C., alla forma del nostro attuale libro (il cosiddetto codice, codex in latino): si tratta di diversi fogli cuciti insieme a formare un fascicolo e rilegati poi a formare il codice; tale formato si affermerà definitivamente nel V secolo d.C.

L’introduzione della carta in Europa intorno al XII secolo porterà a un lento ma ineluttabile declino nell’utilizzo della pergamena che culminerà con l’invenzione della stampa nel XV secolo (in quanto la pergamena non è adatta a ricevere la stampa). Tuttavia il suo utilizzo resisterà nelle cancellerie per alcune tipologie documentarie in quanto ritenuto un supporto più duraturo. Inoltre continuerà a essere utilizzata per le legature dei registri d’archivio e dei libri “economici” (in quanto meno costosa del cuoio)[3].

 Fabbricazione della pergamena

Pergamena bagnata

Pergamena bagnata

La pergamena è un supporto scrittorio di origine animale ottenuto, solitamente, dalla lavorazione della pelle di capra, pecora, agnello o vitello (almeno per l’ambito occidentale).

La produzione della pergamena si svolge ancora oggi in modo artigianale o semi-artigianale (in quanto, nel corso dei secoli, sono stati introdotti macchinari e sostanze chimiche che nel passato non venivano utilizzati).

La sua lavorazione inizia con l’asportazione degli strati epidermici più esterni (epiderma e ipoderma) fino ad arrivare al derma[4] e si compone essenzialmente di dodici fasi che prevedono:

  1. la scuoiatura: che consiste nella separazione della pelle dall’animale morto;
  2. l’essiccamento al sole[5];
  3. la conservazione: ossia il periodo precedente alla lavorazione che prevede la salatura del pellame al fine di evitarne la putrefazione[6];
  4. Il rinverdimento: operazione in cui le pelli essiccate vengono immerse in acqua fredda (meglio se acqua corrente) per essere reidratate. Con questo procedimento, inoltre, sono eliminate le impurezze, lo sporco e le sostanze di conservazione della pelle che vengono solubilizzate in acqua.
  5. La calcinazione: procedimento effettuato attraverso l’immersione[7] del pellame in un bagno di calce spenta al fine di ottenere il distacco dei peli mediante la sua azione di indebolimento dell’epidermide[8] e il parziale rigonfiamento delle fibre di collagene[9]. Il tempo in cui le pelli rimangono a bagno nella calce spenta dipende dallo spessore della pelle (variabile secondo il tipo di animale[10]), nonché dal clima. In ogni caso la tempistica varia da un minimo di otto a un massimo di trenta giorni.
  6. La depilazione: in cui si asportano i peli e l’epidermide[11]. Tale processo, di natura meccanica, si compie appoggiando la pelle su un cavalletto e raschiando su entrambi i suoi lati mediante un utensile non affilato a forma di mezzaluna.
  7. Il primo lavaggio, durante il quale le pelli sono lasciate in acqua per tre o quattro giorni in modo da eliminare la calce spenta e le altre impurità solubili in ambiente acquoso. Tuttavia, parte della calce spenta rimane all’interno del derma, costituendo una riserva alcalina[12] che conferisce alla pelle maggiore opacità e biancore.
  8. Il montaggio su telaio: in questa fase la pelle viene imbrecciata, ovvero le sue estremità vengono usate per avvolgere dei sassolini levigati (breccia) che vengono poi fissati e ancorati, mediante degli spaghi robusti, a un apposito telaio che terrà in tensione la pelle così trattata.
  9. La scarnitura: operazione con cui si separa l’ipoderma[13] dal derma[14] mediante coltelli molto affilati.
  10. Il secondo lavaggio, che avviene a pelle ancora montata su telaio.
  11. L’essiccamento, in cui il materiale umido è sottoposto, in ambienti ben ventilati, all’asciugatura e alla progressiva trazione per via della lenta evaporazione dell’acqua mentre la pelle è ancora tensionata sul telaio. Tale operazione determina un orientamento delle fibre di collagene mediante il loro allineamento in strati. Questo posizionamento è conseguenza dell’asciugatura in tensione che conferisce alla pergamena maggiore planarità[15] rendendola simile ad un foglio[16]. Mediante il processo di essiccamento le fibre si dispongono infatti su strati paralleli alla superficie del foglio e si allungano chiudendo le irregolarità del lato della grana e consentendo il fissaggio della struttura all’interno della pelle.
  12. La lisciatura: è questa l’ultima fase, che avviene durante l’essiccamento. Per conferire maggiore levigatezza e omogeneità alla superficie della pergamena, si utilizza una pietra pomice che viene passata su tutta la superficie della pelle.

Conservazione e cause di degrado della pergamena

Infezione fungina

Infezione fungina

Abbiamo visto come la pergamena sia un materiale molto resistente che, grazie al processo di calcinazione (fase n. 5 della produzione), contiene una riserva alcalina che generalmente le consente di resistere molto bene nel tempo all’effetto delle sostanze acide, tra cui gli inchiostri metallo-gallici, con cui viene in contatto.

Una delle più importanti caratteristiche di questo materiale è quello di essere fortemente igroscopico. L’igroscopicità è la proprietà per cui la pergamena, grazie alla sua struttura molecolare, risulta avere una forte sensibilità alla presenza di acqua nell’ambiente. Ciò significa che l’umidità nell’ambiente di conservazione della pergamena è un parametro fondamentale per la sua salvaguardia. Un basso contenuto d’acqua nell’ambiente di conservazione può infatti creare, a causa della disidratazione del materiale, svariate tipologie di danni al supporto quali: ondulazioni, restringimento, ecc. Allo stesso tempo è importante però che i locali non siano nemmeno troppo umidi, l’acqua può infatti favorire l’attività di sostanze acide contenute negli inchiostri agevolandone l’azione di degrado.

Ambienti particolarmente umidi, inoltre, possono portare allo sviluppo di microrganismi, funghi o batteri, in grado di innescare processi di deterioramento dannosi non solo per i manufatti ma anche per la stessa salute dell’uomo.

Altro elemento fondamentale per la corretta conservazione di questo supporto è la temperatura: repentine escursioni termiche (ad es. accensione e spegnimento dell’impianto di riscaldamento, forte esposizione solare nelle ore diurne delle stanze adibite a depositi e abbassamento delle temperature soprattutto durante le ore notturne ) possono determinare danni strutturali alla pergamena[17]. Bisogna inoltre ricordare che la temperatura influenza sia l’umidità nell’aria che le reazioni chimiche che avvengono nei supporti, oltre che la vita dei microrganismi.

In generale, tutti i materiali tendono ad adattarsi al microclima del luogo in cui si trovano. Tale comportamento determina una forte sensibilità all’alternanza di fasi umide e fasi asciutte che porta a contrazioni e dilatazioni dei supporti, causando perdite strutturali di elasticità. Diviene quindi prioritario, nonostante la presenza di un opportuno impianto di condizionamento, monitorare costantemente i parametri ambientali[18]. Per svolgere tale compito nei locali di deposito come anche nelle sale di consultazione è importante utilizzare strumenti che misurano costantemente il rapporto tra umidità e temperatura presenti nell’ambiente.

I paramenti di conservazione del cuoio e della pergamena da rispettare dovrebbero essere i seguenti:

  • Temperatura: 14 °C – 20 °C
  • Umidità relativa: 50% – 60%[19]

Oltre ai problemi di deterioramento sopra descritti e legati alla conservazione del materiale oggetto di questo articolo, esistono poi fattori di degrado interni. Alcuni di questi derivano dalla storia dell’animale e quindi ad esempio dalla sua alimentazione, dalle ferite (non di rado si possono notare sulle pergamene alcune lacerazioni derivanti da traumi subiti dall’animale nel corso della sua vita), nonché da eventuali gravidanze o parassiti.

Altri fattori riguardano invece le fasi di produzione e lavorazione della pergamena (scuoiatura, calcinazione, salatura), che se eseguite in modo scorretto determinano poi una maggiore percentuale di degrado di questo supporto di origine animale.

Restauro della pergamena 

Reintegrazione di una lacuna

Reintegrazione di una lacuna

Come accennato in precedenza, la pergamena, grazie alla sua struttura e al suo processo di produzione, risulta essere un materiale particolarmente resistente. Anch’essa però nel tempo può subire alcune alterazioni. Prime tra tutte quelle legate alla sua conservazione. Non di rado, infatti, capita di osservare coperte in pergamena o documenti caratterizzati da ondulazioni più meno evidenti o da pieghe. Prima di qualsiasi altro intervento si procede con una pulitura a secco del supporto, mediante il quale si eliminano eventuali deiezioni di origine animale, polvere, cera, ecc. È bene sottolineare che le macchie di cera o quelle lasciate da precedenti infezioni dovute a funghi o batteri, con ogni probabilità rimarranno sulla pergamena in quanto pigmentazioni del supporto stesso.

Completata la pulizia, normalmente si procede ad una umidificazione della pergamena[20], in modo da consentire la graduale distensione e idratazione del supporto facilitando così l’eventuale intervento di restauro. La pergamena è quindi lasciata asciugare, solitamente sotto peso, tra uno strato di carte assorbenti e fogli di “tessuto non tessuto”[21].

Successivamente, se necessario, viene eseguito l’intervento di restauro; quest’ultimo, se effettuato su un documento membranaceo sciolto, generalmente è realizzato con carta giapponese[22]. La motivazione di tale scelta, che distingue gli interventi moderni da quelli fatti in passato mediante l’uso di pergamene moderne, risiede sia nelle caratteristiche della carta giapponese[23] (fibre lunghe facilmente ancorabili all’originale, flessibilità, ecc.) ma anche dalla constatazione che, spesso, i documenti antichi restaurati con pergamena moderna, tendevano ad ondularsi ed a manifestare una interazione con la parte restaurata che spesso generava trazioni e stress dei supporti originali.

Diverso è invece il caso delle legature in pergamena, le quali si suddividono in:

  1. Floscia: la coperta del volume/registro è formata da sola pergamena;
  2. Semifloscia: la pergamena ricopre un cartone leggero che funge da piatto del registro/volume;
  3. Rigida: quando il registro/volume presenta un cartone pesante o un asse di legno rivestiti di pergamena.

Nel caso delle legature, dunque, a differenza delle pergamene sciolte, la presenza dei piatti in cartone fornisce la giusta resistenza affinché la coperta non si onduli durante le trazioni di apertura e chiusura dei volumi, rendendo quindi possibile un intervento di restauro che utilizzi materiale membranaceo moderno. Tuttavia, si tenga sempre presente che prima di qualunque intervento di restauro è necessaria un’analisi specifica di ogni singolo manufatto, in modo da calibrare attentamente l’operazione più idonea in relazione alle problematiche di ciascun pezzo.

Infine, per quanto concerne la sutura delle lacerazioni solitamente possono essere utilizzati carte o veli giapponesi o il peritoneo bovino, una membrana animale trasparente e molto resistente.


[1] Tradizione riportata da Plinio nella sua Naturalis Historia, XIII, 21.

[2] Cfr. T. Frenz, I documenti pontifici nel Medioevo e nell’Età moderna, Città del Vaticano 1998, p. 17.

[3] Per chi volesse approfondire queste tematiche si suggeriscono le seguenti letture: M.L. Agati, Il libro manoscritto. Introduzione alla codicologia, Roma 2003, pp. 53-54; M.T. Tanasi, «Storia e manifattura della pergamena», in Chimica e biologia applicate alla conservazione degli archivi, Roma 2002, pp. 57-67; per un primo orientamento può risultare utile anche la consultazione dell’Enciclopedia Italiana alla voce «Pergamena».

[4] La pelle, infatti, è costituita da tre sezioni principali: 1. l’epidermide (che è lo strato più esterno); 2. il derma (lo strato di mezzo, che è quello che andrà a formare la pergamena); 3. l’ipoderma (lo strato più interno).

[5] Cfr. C. Prosperi, Il restauro dei documenti di archivio: dizionarietto dei termini, Roma 1999, p. 100.

[6] Cfr. M.T. Tanasi, «Storia e manifattura della pergamena», cit., p. 62.

[7] Cfr. A. Riccardi, Nuovo metodo opto – calorimetrico per l’analisi del degrado idrotermico della pergamena, p. 24.

[8] Cfr. C. Prosperi, Il restauro dei documenti d’archivio, cit., p. 100.

[9] Una molecola formata da amminoacidi che è alla base della struttura della pelle, in quanto sostiene i vasi sanguigni e linfatici, le ghiandole sebacee e sudoripare, nonché i follicoli dei peli; cfr. A. Riccardi, Nuovo metodo, cit., p. 26.

[10] Generalmente le pelli di pecora e agnello sono più sottili rispetto a quelle di capra e vitello, cfr. M.T. Tanasi, «Storia e manifattura della pergamena», cit., p. 62.

[11] Come abbiamo visto, l’epidermide è lo strato più esterno della pelle ed è formato a sua volta da cinque strati: quello superficiale, detto strato corneo, costituito da cellule appiattite, squamose e secche che sono in continuo sfaldamento. Di seguito troviamo lo strato granuloso, dove è contenuta la melanina. Subito dopo si trovano delle cellule tondeggianti (definite “strato di Malpighi” dal nome dello scienziato che lo individuò per la prima volta). Infine, abbiamo lo strato basale (o germinativo) all’interno del quale le cellule si evolvono e migrano verso la superficie. Cfr. M.T. Tanasi, «Storia e manifattura della pergamena», cit., p. 62.

[12] La riserva alcalina è una sostanza tampone in grado di neutralizzare la formazione di acidi nei materiali. In questo caso costituisce una sorta di protezione della pergamena dagli agenti inquinanti ma anche dagli inchiostri metallo-gallici. Questo tipo di inchiostri, utilizzati spesso nelle scritture antiche, hanno come caratteristica quella di essere fortemente instabili e di poter contribuire, data la loro formulazione, alla formazione di sostanze acide nei supporti scrittori in cui sono utilizzati. Proprio la presenza della riserva alcalina data dalla lavorazione fa sì che raramente la pergamena presenti problemi di acidità. Cfr. M.T. Tanasi, «Storia e manifattura della pergamena», cit., p. 66.

[13] L’ipoderma è la parte di pelle più interna in cui sono presenti le cellule adipose, quindi maggiore quantità di grasso e minore di fibre di collagene. Esso costituisce la riserva energetica oltre a svolgere un’azione isolante rispetto alle temperature esterne. Cfr. M.T. Tanasi, «Storia e manifattura della pergamena», cit., p. 61.

[14] Il derma è lo strato intermedio della pelle che possiede maggiore spessore rispetto agli altri e che viene utilizzato per produrre la pergamena. Come abbiamo visto, è costituito da fibre di collagene intrecciate in diverse direzioni ed è supporto di vasi sanguigni e linfatici, ghiandole sebacee e sudorifere oltre ai follicoli dei peli. Esso è formato da due strati: quello papillare, più esterno e costituito da fibre sottili e compatte; contiene i follicoli dei peli ed è rivestito nella parte superiore da una membrana detta ialina o vitrea che lo separa dall’epidermide. Lo strato reticolare invece è più interno ed è a contatto con l’ipoderma, possiede fibre più spaziate e di maggiori dimensioni che lo rendono più spesso. Nella terminologia tecnica parlando di pergamena ci si riferisce rispettivamente al fiore e al carniccio. Cfr. M.T. Tanasi, «Storia e manifattura della pergamena», cit., p. 61.

[15] Tale tipo di disposizione delle fibre nella pergamena costituisce una delle più importanti differenze con il cuoio che al contrario è costituito da fibre di collagene disposte nello spazio in modo non ordinato.

[16] C. Federici-L. Rossi, Manuale di conservazione e restauro del libro, p. 234.

[17] Cfr. M.T. Tanasi, Il deterioramento di natura chimica della pergamena, p. 324.

[18] C. James – C. Corrigan – M. C. Enshaian – M. R. Greca, Manuale per la conservazione e il restauro di disegni e stampe antichi, Firenze 1991, p. 133.

[19] UNI 10586/1997: Condizioni climatiche per ambienti di conservazione di documenti grafici e caratteristiche degli alloggiamenti; liberamente consultabile sul sito dell’UNI, Ente Nazionale Italiano di Unificazione (http://www.uni.com). Questo Ente produce delle norme ossia dei «documenti che definiscono le caratteristiche (dimensionali, prestazionali, ambientali, di qualità, di sicurezza, di organizzazione ecc.) di un prodotto, processo o servizio, secondo lo stato dell’arte e sono il risultato del lavoro di decine di migliaia di esperti in Italia e nel mondo» (cfr. http://www.uni.com/index.php?option=com_content&view=article&id=361&Itemid=936&lang=it).

[20] L’umidificazione della pergamena generalmente è eseguita tramite una cella umidificatrice o un umidificatore ad ultrasuoni.

[21] Il “tessuto non tessuto” è un velo di poliestere o polipropilene al 100% usato nel restauro come supporto per le operazioni a secco o per via umida, cfr. L.R. de Bella – G. Guasti – M. Massimi – S.A. Medagliani – A. Nutini – C. Prosperi – A. Sidoti – M.S. Storace, Capitolato specifico tecnico, p. 127.

[22] Come per le grandi lacune, anche per la reintegrazione di fori dovuti a precedenti infestazioni di tarlo viene impiegata la carta giapponese in piccole quantità o addirittura vengono utilizzate solamente le sue fibre.

[23] Come abbiamo visto nel precedente articolo, la carta giapponese utilizzata nel restauro è così definita perché imitano l’antica produzione cartaria giapponese.

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