Ubi humilitas ibi sapientia ovvero dell’umiltà dell’archivista

home_fotoTra le qualità che devono connotare l’archivista e il suo lavoro, ne viene spesso trascurata una di fondamentale importanza: l’umiltà. Infatti, gli errori più gravi commessi in sede di organizzazione, riordinamento e descrizione di un fondo archivistico – laddove non imputabili alla già contestata scarsa formazione e preparazione di base dell’archivista – sono spesso dovuti alla poca umiltà dello stesso.

Anzitutto l’archivista deve rimanere umile avendo sempre davanti il motto socratico: «Sapere di non sapere». La documentazione archivistica è infatti talmente frastagliata e variegata che per dominarla le competenze dell’archivista devono essere talmente trasversali al punto che quest’ultimo deve sempre essere pronto a riconoscere la propria ignoranza e di conseguenza “umiliarsi” a documentarsi sugli argomenti i più svariati.

In secondo luogo l’archivista deve dimostrare umiltà nei confronti della documentazione che viene affidata alle sue cure. Non dovrà dunque gettarsi a capofitto nell’attività di descrizione e riordinamento, ma dovrà piuttosto impegnarsi in un approfondito lavoro preparatorio di studio del soggetto produttore e del contesto storico-giuridico in cui quest’ultimo si è sviluppato.

Ancora, l’archivista deve dimostrare umiltà nei confronti di coloro che l’hanno preceduto, rispettando l’ordinamento che questi hanno dato alle carte. Deve quindi procedere dapprima a un’esatta fotografia dell’archivio, in modo da capire a fondo la mens di chi l’ha preceduto. Soltanto quando questa fase sarà terminata si potrà fornire un giudizio obiettivo e sereno sull’attività pregressa ed eventualmente pianificare un intervento di correzione.

Infine, l’archivista deve dimostrare umiltà nei confronti dei colleghi o di chiunque gli fornisca un consiglio. Come sappiamo ogni archivista è praticamente  isolato durante il proprio lavoro e, tutto da solo, deve spesso assumersi delle responsabilità molto grandi. Il confronto con altre persone può essere estremamente utile e fornire dei punti di vista che non si erano presi in considerazione. A questo proposito concludo con un breve testo di  Umberto Eco, tratto dal suo libro Come si fa una tesi di laurea in merito all’umiltà scientifica:

«Questa è l’umiltà scientifica. Chiunque può insegnarci qualcosa. Magari siamo noi così bravi che riusciamo a farci insegnare qualcosa da chi era meno bravo di noi. Oppure anche chi non ci sembra tanto bravo ha delle bravure nascoste. O ancora chi non è bravo per Tizio può essere bravo per Caio. Le ragioni sono tante. Il fatto è che bisogna ascoltare con rispetto chiunque, senza per questo esimerci dal pronunciare giudizi di valore; o dal sapere che quell’autore la pensa in modo molto diverso da noi, che ideologicamente è lontanissimo da noi. Ma anche il più fiero degli avversari può suggerirci delle idee. Può dipendere dal tempo, dalla stagione, dall’ora del giorno. […] Ho imparato che se si vuole fare ricerca non bisogna disprezzare nessuna fonte, per principio. Questa è quella che chiamo umiltà scientifica. Forse è una definizione ipocrita perché cela molto orgoglio, ma non ponetevi problemi morali: orgoglio o umiltà che sia, praticatela».

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