Il personale d’archivio: stabile o volontario?

In questi tempi di crisi, in cui la scarsità di fondi fa sentire in modo sempre più pesante la sua stretta, si discute in modo piuttosto acceso sulla questione del personale d’archivio.

Il dibattito riguarda soprattutto la questione che vede contrapposte due scuole di pensiero, da una parte coloro che affermano la necessità di personale qualificato e stabile, dall’altra quelli che invece preferiscono incentivare il lavoro di stagisti, studenti, volontari, ecc.

Come in tutte le questioni, anche qui vale il vecchio detto: in medio stat virtus. Entrambe le posizioni, infatti, presentano elementi ragionevoli che vale la pena prendere in considerazione.

Personale qualificato

Per quanto concerne la necessità di personale qualificato è ovvio che il lavoro in archivio, soprattutto negli archivi storici, richieda competenze molto particolari. Come ricorda Elio Lodolini, la formazione di un archivista prevede una preparazione di base in storia e diritto, e una più specifica in materie come: archivistica, diplomatica, paleografia, sigillografia, codicologia, ecc. Tutte queste competenze ovviamente non si acquisiscono in poco tempo, ma solo dopo un lungo percorso di formazione che parte dall’università e si conclude con le scuole di specializzazione post lauream.

Personale stabile

L’avvicendamento del personale, per quanto qualificato, comporta conseguenze piuttosto negative. In ogni archivio, infatti, al di là del naturale vincolo che lega tra di loro i documenti, esistono tanti sottili fili che soltanto uno studio approfondito porta alla luce (ad esempio riconoscere le diverse identità delle mani che si succedono nella documentazione è qualcosa che richiede mesi di lavoro). Ogni nuova persona che verrà a lavorare in archivio, dunque, dovrà ripartire da zero riscoprendo autonomamente queste piccole ma numerosissime connessioni che legano i documenti tra di loro.

Il personale volontario

Il personale volontario può sicuramente costituire un ausilio prezioso in archivio, ma non è possibile avere dei volontari autogestiti, soprattutto quando si tratta di persone che non hanno una specifica preparazione archivistica. Il principale rischio che può verificarsi è quello di archivi riordinati secondo criteri estremamente soggettivi e che si rifanno alla tipica concezione dell’archivio-biblioteca (in altre parole si procede a un classico riordinamento per materia).

Un’ottima impostazione può invece essere quella di valutare il grado di preparazione dei volontari e quindi coordinarli, tramite personale esperto, in operazioni più o meno specifiche secondo le competenze. Ad esempio un laureando in archivistica potrà sicuramente essere impiegato nell’inventariazione di una serie d’archivio. Una persona con spiccate conoscenze informatiche potrà invece essere impiegata in progetti di digitalizzazione di inventari cartacei o nell’indicizzazione di foto digitali tratte dai documenti.

Concludendo, se entrambe le posizioni sono ragionevoli, l’utilizzo di personale volontario deve essere subordinato alla presenza di personale qualificato e assunto a tempo indeterminato, che possa non solo coordinare i diversi interventi, ma anche verificare che il lavoro dei volontari venga svolto in modo corretto.

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Una risposta a Il personale d’archivio: stabile o volontario?

  1. Chiaro e utile senz’altro

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