Sull’archivista «schiavetto negro» degli «aristocratici della scienza»

Nel 1972, Alessandro Pratesi (1922-2012), facendo riferimento agli strumenti di corredo archivistici, scriveva:

«Ogni differenza tra mezzi di lavoro, mezzi di ricerca o mezzi di corredo viene a cadere, in quanto la distinzione si basa sul presupposto, già rifiutato, che gli uni servano unicamente all’archivista, gli altri unicamente al ricercatore, vale a dire sul presupposto che considera l’archivistica come disciplina ausiliaria la quale, oltre a provvedere agli strumenti indispensabili al proprio lavoro, si sobbarchi all’ufficio dello schiavetto negro preparando, per fini non suoi, materiali da servire agli altri, agli aristocratici della scienza» (A. PRATESI, «Inventari e altri strumenti di corredo al servizio della scienza», in Archivi e Cultura 5-6 (1971-1972), p. 113).

 Sebbene Pratesi proseguisse affermando che tale atteggiamento era ormai in via di superamento, si deve purtroppo constatare con amarezza come ciò non sia affatto vero e che ancora oggi, soprattutto negli archivi ecclesiastici, permanga pressoché invariata la subordinazione dell’archivista nei confronti degli altri studiosi.

Tra le principali conseguenze di questo atteggiamento abbiamo:

  1. Ricerche condotte dall’archivista in favore di questo o quello studioso, con una grave sottrazione di tempo al suo lavoro;
  2. Tendenza ad approntare gli strumenti archivistici non in funzione dell’archivio, ma degl’ipotetici ricercatori;
  3. Tendenza a vedere nell’archivista un mero compilatore di elenchi di documentazione.

Soprattutto riguardo quest’ultimo punto, si parla spesso della “frustrazione” dell’archivista che non riesce a scrivere di storia. Affermazione che è specchio di quel vecchio retaggio per cui il lavoro dell’archivista è esclusivamente quello di ordinare ed inventariare il materiale documentario, nella convinzione che solo i lavori storici abbiano «quella dignità scientifica che veniva ottusamente negata ai lavori d’archivio» (E. LODOLINI, Archivistica. Principi e problemi, FrancoAngeli 2005, p. 242).

Senza voler qui iniziare un inutile excursus sul valore scientifico dei lavori archivistici (basterebbe citare tutti gli autori dei manuali di archivistica da Casanova in poi), piace piuttosto sottolineare che se un archivista possa svolgere piuttosto agevolmente il compito di storico (basti pensare alla redazione della fondamentale nota storico-istituzionale che apre ogni inventario che si rispetti), risulta molto più difficile trovare uno storico che possa occuparsi altrettanto agevolmente di archivistica (innumerevoli sono gli esempi dei danni apportati dagli storici nell’improvvisarsi archivisti).

Infine non va dimenticato come la figura dell’archivista sia estremamente trasversale, diretta conseguenza della trasversalità della documentazione conservata negli archivi e della necessaria capacità di spaziare su diversi settori.

L’auspicio finale è dunque quello di non vedere più gli archivisti ridotti a semplici «scodellatori» di materiale preconfezionato in favore delle altre discipline, quanto piuttosto di studiosi cui venga pienamente riconosciuta la dignità scientifica del proprio lavoro.

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